La bici del Nonno

 In Bike Passion

di Mauro Meister Galvan

Un’idea, una sfida, una passione, un ricordo, un progetto realizzato: La Bici del Nonno.
Penso corresse l’anno 1992, io studentello delle scuole medie ricevetti in regalo dal mio nonno paterno una vecchia bicicletta Olympia, modello Stelvio, anni ’60, ormai da lui non più utilizzata.

Erano gli anni in cui il “cavallo d’acciaio” costituiva l’unico mezzo per scappare di casa per allegre scampagnate tra amici, per le uscite con gli scouts, per andare in piscina, per andare a scuola… insomma il fedele scudiero di quell’età fatta di mille spensieratezze adolescenziali.

Da curioso osservatore notai poi che una bicicletta del medesimo costruttore e modello era in possesso anche dell’altro mio nonno, il materno, da sempre appassionato di ciclismo, grande Coppista che spesso mi raccontava le leggendarie battaglie tra il suo idolo Fausto Coppi ed il burbero Gino Bartali.

La bici era e rimaneva un mezzo di trasporto, più o meno obbligato, nell’arco di molti inverni e molte estati, con la pioggia, col sole che scotta, con la neve che quando freni ti fa inesorabilmente ritrovare a terra, ma sempre col sorriso. Anno dopo anno, causa la mia non-cura, il mio velocipede perdeva sempre più smalto e gli antichi splendori; trascurato, ma sempre utilizzato, mai si è stancato di starmi vicino e quando iniziai a strizzare l’occhio dapprima alle quattro ruote e ad una Vespa poi, forse per farmi ingelosire, iniziò a concedersi a mio fratello.

Ormai relegata a “riserva della riserva” la mia Olympia modello Stelvio, rimase in un lungo letargo in cantina fino a che… fino a che la mia passione per la ricerca storica, per i racconti delle sfide tra Coppi e Bartali, per il vintage, ma anche il ricordo del nonno che me l’aveva regalata e che ora sta pedalando sui Campi Elisi, la necessità di un nuovo mezzo di trasporto “easy” e la voglia di averlo “mio”, unico, affascinante e stiloso, mi portò a cercarla.

Ripulita dalla polvere che la ricopriva, gonfiate le gomme, provai a vedere se veramente non ci si dimentica mai di andare in bicicletta…che ci crediate o meno, così è! Ma quel “cavallo d’acciaio”, quel fedele scudiero della mia giovinezza meritava di più, necessitava di una nuova vita, una rinascita.

Da un po’ mi girava per la mente un’idea, qualche fotografia di cosa avrei voluto, ma la visione non era così nitida o meglio i dettagli continuavano a farsi sempre più nitidi, sempre più curati, sempre più precisi… iniziai a metter giù una serie di schizzi, di appunti, mi misi a far ricerca sulle bici dei tempi che furono, su quelle che il mio nonno coppista cavalcava da giovane e su quelle che i vari Coppi e Bartali portavano su e giù per le vette d’Italia (e non solo!). Alla ricerca storica affiancavo una ricerca stilistica: la nuova Modello Stelvio doveva essere un po’ dandy, un po’ retrò, ma soprattutto MIA!

Parlai della cosa anche alla mia ragazza, pure lei avvicinatasi con me al mondo delle due ruote… l’idea piaceva e pure lei stava cercando idee per un restyling di una vecchia bicicletta; così iniziammo a girare mercatini dell’usato, negozi di nicchia specializzati, cantine e vecchi garage… i componenti per il mio nuovo progetto potevano esser celati ovunque.

La sera di Natale probabilmente arrivò un segno, arrivò il primo elemento per dare il via alla gestazione della mia “creatura”: dopo il rito dello scambio degli auguri con gli amici di sempre, ecco che io e la mia ragazza ci apprestiamo a scambiarci i regali… TADAAAN… non è una candid camera, non eravamo su scherzi a parte… ci siam regalati l’un l’altro una sella Brooks, stesso modello, solamente diversa tonalità di marrone… da non crederci! Ah ah ah!

Bene, ora il tutto aveva un inizio ben definito: una sella in cuoio di color marrone scuro.

Alla bici volevo dare le fattezze di una vecchia bici da corsa, d’altronde il telaio si prestava a quello, per cui recuperai ad un mercatino un vecchio manubrio 3T da corsa, ed i freni (leve e cantilever), logicamente da lavare e lucidare bene… e via di spugnetta, spazzola, sapone, …

Se la sella era in cuoio marrone scuro, non ebbi dubbio di abbinarci un banale e forse scontato, ma sempre perfetto cuoio marrone scuro per nastri al manubrio e nastrini per i pedali con puntapiedi.

Bene. sempre più avanti, ma… e le ruote? Per un bel po’ di nottate ho cercato e ricercato idee… finché ebbi una Joyceiana epifania: cerchi in legno, noce scuro, stessa tonalità di sella, nastri manubrio e nastri pedali.

Più o meno i pezzi c’erano tutti e trovai pure degli amici che potevano sabbiarmi e colorarmi a piacimento telaio e forcella: fantastico! Sì, fantastico, ma… di che colore? E qui le mille certezze che avevo nella mia mente sul colore vennero meno: ogni pagina della mazzetta pantone mi suggeriva diverse idee, confusione, mio Dio… Giallo? Verde? Azzurro? Rosso? Mmh…

Stop! Calma! Tranquillità! Respira piano e a fondo… Mauro, prenditi del tempo, tanto mica abbiam fretta… non vogliamo gattini ciechi!

Così feci e dopo qualche giorno tornò l’immagine nitida e chiara di cosa avrei voluto: un celeste, sì, ma non un solito celeste, volevo un celeste che virasse verso il carta da zucchero, ma non proprio carta da zucchero, cioè insomma, sì dai, ci siamo capito…no? No, eh?!?

Ecco la sezione degli azzurri/celesti della mazzetta pantone era il mio nuovo nemico… quante tonalità, quanti dubbi; ma, ecco, come per magia, un segno… uscendo dall’ufficio per una pausa sigaretta in cosa m’imbatto? In una stupenda, perfetta, amabile, onesta e sincera porta tagliafuoco di colore “Pastel Blue RAL 5024”. Quella era la risposta a tutti i miei dubbi.

Non felice decisi di complicarmi un altro po’ la vita, ma nemmeno il David di Michelangelo ebbe una genesi semplice semplice, così ho inserito nel progetto del nuovo colore anche un paio di fasce bianche. Bene.

Arrivata la telefonata per andare a ritirare telaio e forcella verniciati e con tutti i componenti ormai in casa (mezza camera da letto occupata da due scatoloni!), non mi rimaneva che montare il tutto.

Una nottata di lavoro, piano piano, vite dopo vite, la mia opera prendeva forma ed era sempre più come l’avevo immaginata e “disegnata”. Ogni componente che avevo cercato e che stavo montando mi dava soddisfazione, ogni abbinamento cromatico risultava perfetto, ogni scelta risultava veramente azzeccata, ma soprattutto il risultato finale era un qualcosa di MIO!

Molti puristi del restauro conservativo mi odieranno e vorrebbero mettermi al rogo, ma… che bello c’è nel rifare esattamente una cosa già fatta? Io penso che il divertimento stia nel reinterpretare certe cose, nel dar brio e verve nella nuova vita di un oggetto… magari sbaglierò, ma almeno avrò sbagliato divertendomi e facendo qualcosa che mi piace!

Ci siamo! Freni registrati, ruote gonfiate, tutto lucidato… mah?!? Manca qualcosa… è una creatura ormai, non è una bicicletta Olympia modello Stelvio oramai… è molto di più.

Merita un nome, sì. Lo merita come lo meriti tu, come lo merito io, come lo merita ogni persona che mi ha aiutato (o che mi ha messo dubbi, perplessità ed angosce) in quest’avventura. Sì! Assolutamente!

Il nome? Bhè, nulla di più facile nella scelta: “La Bici del Nonno”.

Tra tutti vorrei spender un ringraziamento a chi mi ha dato concretamente aiuto: Elisabetta per il supporto e la sella, Marta per la sabbiatura, Mattia per la verniciatura, Claudio e Sebastiano dell’officina sotto casa per pazienza e per i vari “strumenti di lavoro” nonché la mia famiglia per aver sopportato il disordine durante la fase di “ricerca e raccolta componenti”.

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